BOLIVIA.

La Vittoria Inutile del Popolo Andino Ostaggio della Sete

 

COCHABAMBA (Bolivia) - «A un certo punto il dilemma era inevitabile: beviamo l'ultimo bicchiere d'acqua per non morir di sete o lo versiamo nei canali irrigui perché non muoiano di sete i nostri campi coltivati a coca. Nell'un caso o nell'altro non ci sarebbe stato scampo. L'acqua è la nostra vita; la mancanza d'acqua la nostra morte. Un dilemma che continua a riproporsi oggi, crudelmente, in Bolivia». Da sempre, la carenza d'acqua affligge Cochabamba, questa splendida città che respira (o annaspa) a 2.500 metri sul livello del mare, scomodamente sdraiata in una conca dentro una chiostra di montagne. Ma l'afflizione non è tanto visibile al centro, dove è sempre domenica, con folle di turisti sballottati insieme a gente del luogo nei girotondi del traffico. Il senso della forzata astinenza da rubinetto l'avverti invece, e subito, nei barrios, i termitai periferici affogati nella polvere, che a nessuno verrebbe mai in mente di chiamare pueblos jovines, come invece è stato fatto, con immane sforzo di fantasia, per la miserabile banlieu di Lima. Basta seguire le autobotti che dai depositi della capitale regionale raggiungono un paio di volte al giorno le baraccopoli di Uspha Uspha, di K'ara K'ara o di Villa Pagador per rendersi conto di come un bene comune quale l'acqua venga qui lesinato col contagocce, quasi fosse un'elemosina, e il viatico ai moribondi. Il pieno dell'autocisterna - 12 mila litri - viene versato con la pompa nei terriles, bidoni di metallo che ogni famiglia piazza davanti all'uscio di casa o appena dentro il cortile: capacità 200 litri, da trattare con parsimonia, per bere (il minimo), cucinare, fare il bucato. Accanto ad ogni terril, che viene a costare 5 boliviani (equivalente alla metà di un euro), la canna di gomma deposita gratis, gorgogliando, quanto è rimasto nella botte. Acqua che non si paga. La chiamano infatti «yapa», regalo: un regalo per i bambini più assetati del mondo. «Sono trent'anni che vendo acqua», dice Luis Flores risalendo nella cabina dell'autobotte scarica: anziano, prossimo alla pensione, fa parte del sindacato che a Cochabamba dispone di una «flotta» di 40 camion cui l'amministrazione cittadina ha affidato il compito di dissetare l'intera area, soprattutto le sterminate periferie urbane. Qui, come al centro della metropoli, è scoppiata, nella primavera del 2000, la prima guerra dell'acqua, che ebbe il suo momento cruciale tra il 4 e il 12 aprile, con cinque morti e centinaia di feriti: in nome della «lotta per la vita» e dei diritti umani, di cui quello dell'acqua era «il più sacrosanto», la gente aveva invaso strade e piazze, provocando l'intervento di esercito e polizia. Il primo a lasciarci la pelle fu Victor Hugo Daza, un ragazzo di 17 anni con un nome tanto altisonante che venne subito elevato a simbolo della rivolta popolare di Cochabamba. Facciamo visita alla sua famiglia nel barrio di Uspha Uspha: una casetta nana come tante altre, i cani che abbaiano nel cortile, gli odori forti della cucina. Ci vivono mamma Carmen, i due fratelli e le due sorelle di Victor. «Quel giorno - racconta la donna - eravamo tutti in piazza. Ci furono degli spari e qualcuno bisbigliò che tra i feriti c'era pure il mio ragazzo. Subito dopo, però, arriva l'agghiacciante telefonata di mia figlia Veronica che dice: Victor non è ferito, Victor è morto. Gli aveva sparato un ufficiale, che finì sotto processo e come punizione fu promosso di grado. Il suo proiettile penetrò nella nuca di mio figlio e gli uscì dalla bocca. Il governo mi compensò della perdita con 15.000 boliviani. Oggi, Victor avrebbe 22 anni». Le campane a morto della cattedrale richiamarono al funerale più di 60 mila persone e i sentimenti di cordoglio fecero spazio ad esplosioni di rabbia. Da allora sono passati quasi sei anni, tuttavia nel cuore dei cochabambinos (circa un milione gli abitanti) quei momenti continuano a rivivere insieme ai ricordi delle travagliate vicende che precedettero e poi sfociarono nella guerra dell'acqua. L'inizio della lotta risale al novembre del '99, con l'istituzione della «Coordinadora de defensa del agua y la vida» (Coordinamento per la difesa dell'acqua e della vita) che si opponeva drasticamente alla privatizzazione dell'acqua nella città di Cochabamba, sollecitata con zelo anche dalla Banca Mondiale. Il primo bersaglio da colpire era «l'Aguas del Tunari» (nome di un monte della cordigliera delle andina), un consorzio idrico che faceva capo alla multinazionale americana Becthel oltre che alla Edison, costituito ovviamente a scopo di lucro. Organizzazione apartitica, la «Coordinadora» è un gran miscuglio di gente di diversa estrazione sociale che vede fianco a fianco operai, contadini, professionisti, commercianti, intellettuali, studenti. Il suo ispiratore, che non vuol esser considerato un leader ma che in realtà figura come portavoce e numero uno del Movimento, è Oscar Olivera, un indio di 46 anni, piuttosto minuto, il volto fiero e severo degli Aymara (che, insieme ai Quechua e ai Guaranì, è tra le più considerevoli etnie della Bolivia). Da ragazzo ha fatto il ciabattino e poi ha lavorato a lungo in una grande industria di scarpe, dove ha potuto affinare le sue innate doti di sindacalista. Come il suo presidente Evo Morales, non ha fatto studi regolari, è venuto dalla gavetta. Ma è indubbiamente un trascinatore ed anche gli avversari riconoscono che ha le idee chiare ed è incorruttibile. Per Olivera, la guerra dell'acqua è stata «la goccia che ha fatto straripare lo scontento pubblico», provocando sentimenti nuovi di ribellione nelle comunità indigene, fino ad allora indifferenti ai problemi sociali. «Negli ultimi 15 anni - precisa - lo Stato aveva via via ceduto la gestione delle risorse naturali, delle telecomunicazioni, dell'industria insieme ai nostri stessi diritti. Un'erosione progressiva, mancava solo che ci privatizzassero l'aria e l'acqua, come hanno tentato di fare. È allora che ci siamo svegliati». Oscar Olivera ricorda adesso i cinque mesi di lotta tra il novembre del ' 99 e i primi di aprile del 2000: «C'era un'immensa partecipazione popolare che però si traduceva - tiene molto a precisarlo - in manifestazioni pacifiche. E pacifica doveva essere anche la "presa" di Cochabamba. Quei giorni la città era scesa in strada, come per una festa. Furono otto giorni di democrazia popolare. A un certo punto, però, il clima degenerò fino all'intervento della polizia. Il governo sosteneva che la "Coordinadora" era al soldo del narcotraffico, ma poi decise di trattare. Vittoria piena. Approvata una proposta di legge popolare che sancisce il diritto dell'acqua e la sua gestione pubblica. Il contratto con il consorzio privato (l'"Aguas del Tunari", n.d.r.) è stato abrogato. Adesso, non è che tutto fili liscio. Ma almeno le decisioni le prendiamo insieme: rappresentanti municipali, sindacati, associazioni di quartiere, la gente comune, insomma». Scarsa apprensione ha suscitato nei giorni scorsi la notizia che le multinazionali sfrattate pretendevano dal governo di La Paz un risarcimento danni di 25 milioni di dollari per la rescissione del contratto che avrebbe assicurato loro la gestione dell' acqua in Bolivia per 40 anni. L'esito della decisione che sarà presa tra breve da un tribunale speciale sembra comunque scontato e a Cochabamba si dormono sonni tranquilli. Tuttavia, per quanto riguarda l' acqua, la situazione continua ad essere poco incoraggiante e non si vede come la realtà odierna possa giustificare l'ottimismo di fondo di Oscar Olivera: al quale molti ricordano (avversari e compagni di cordata) che aver vinto una battaglia non significa aver vinto la guerra. Per chi voglia avere un quadro completo (e spietato) delle condizioni fisiche della Bolivia d'oggi, i pessimisti irriducibili consigliano una passeggiata a K'ara K'ara, il barrio dove si trova la mostruosa discarica di Cochabamba: che da tempo le autorità vorrebbero chiudere e trasferire altrove, in una landa ancor più desolata, ma che nessuno vuole. Decine di persone - uomini, donne, vecchi, giovani - stanno frugando nella montagna d'immondizie sotto un sole feroce alla ricerca di chissà cosa: e nessuno riuscirà mai ad immaginare quale oggetto o scarto sia finito nel sacco per essere in qualche modo preservato e riutilizzato. Fino a tre mesi fa anche i bambini andavano a rovistare nella discarica, ma da allora l'infanzia è bandita. A far concorrenza agli uomini, adesso, ci sono solo i cani: centinaia di cani famelici che riescono a ficcare il muso sempre più a fondo, in spelonche dove le mani non arrivano. Ma la puzza è tale che non ti consente di contemplare più a lungo il divino paesaggio. Terra ricca, la Bolivia. Le sue viscere sono gonfie di minerali preziosi. Gli inesauribili giacimenti d'argento fecero di Potosì, alla fine del XVIII secolo, la più ricca città del Sudamerica, un agglomerato urbano allora anche più grande di Londra e di Shanghai. Ma per estrarre quella ricchezza, che sarebbe poi finita nelle regge di Spagna o in mani corsare, trovarono la morte otto milioni di minatori, quasi tutti schiavi africani o indios. La leggenda di Potosì - che a 4.090 metri è anche la città più alta del mondo - non conobbe tregua neanche quando i suoi giacimenti cominciarono a impoverirsi: tanto che il 26 ottobre del 1825 Simon Bolivar, il Libertador, decise di salire in vetta al Cerro Rico per rendere omaggio all'indipendenza, appena conquistata, della Bolivia e per farvi sventolare - da 4.824 metri - le bandiere dei Paesi latino-americani che aveva sottratto con le armi agli spagnoli. Opportuno, a questo punto, un ritorno alla realtà che fatalmente ci riporta a una seconda guerra dell'acqua: combattuta, questa volta, nell'immenso labirinto di El Alto, città-satellite che da 4.000 metri incombe su La Paz, la capitale, aggrovigliata lì sotto come in un pozzo e quasi spettrale. Anche qui il motivo della contesa è l' «Aguas del Illimani», consorzio idrico finanziato dal gruppo francese Suez, che deteneva il 55% delle azioni, mentre l' 8% era nelle mani della Banca Mondiale e il resto in quelle di investitori sudamericani. La seconda guerra è scoppiata nel gennaio dell' anno scorso, dopo che la «Aguas del Illimani» (anche qui il nome è quello di une delle più alte vette andine) aveva imposto forti aumenti delle tariffe e chiesto per l' allacciamento alla propria rete la cifra spropositata di 445 dollari, equivalenti a sei mesi dello stipendio base di un lavoratore. Ma la guerra è durata poco. Le organizzazioni di quartiere di El Alto hanno indetto uno sciopero generale e alla fine costretto il consorzio privato della Suez a rimettere il sistema idrico sotto il controllo pubblico: e, come a Cochabamba, il governo di La Paz ha cancellato il contratto dell'«Aguas del Illimani». In un Paese dove il 34% di 8,6 milioni di boliviani vive con meno di due dollari al giorno, non era possibile tollerare che gli azionisti stranieri continuassero a lucrare sull'acqua. Ma nei barrios più scalcinati di El Alto, la situazione è ancor più penosa che a Cochabamba. Nel villaggio che porta l'edificante nome di Solaridad un uomo di mezza età, Claudio Paredes, mi racconta la sua storia: «Questo barrio - dice - l'abbiamo costruito noi 4 anni fa, dopo che a La Paz avevano demolito le nostre abitazioni, perché edificate su aree destinate al comune. Ora, tu qui vedi delle case che abbiamo tirato su in un anno, mattone per mattone. Ma non abbiamo niente, nada de nada, né acqua potabile né elettricità. Vedi quei bambini coi secchielli in mano? Prendono l'acqua dagli stagni.... E quel gruppo di donne laggiù, le vedi? Stanno facendo il bucato con l'acqua di scarto che scende attraverso un tubo dai grossi impianti di purificazione, lassù in alto, che invece mandano l'acqua pulita ai loro clienti. Capisci la schifezza?». Stesse piacevoli sorprese nel barrio di Ventilla, 20 chilometri ad est. A differenza di Solaridad, qui arriva la luce elettrica, ma l'acqua non c'è. O meglio, ci sono degli stagni e dei ruscelli che hanno un aspetto ripugnante: in quelli che sembrano meno inquinati e viscidi, alcune donne fanno il bucato. Vengono anche da lontano, camminando due o tre ore a piedi: nelle loro case arrivano le autobotti, ma l'acqua dei terriles è troppo cara e non la si può sprecare per lavarci i panni. El Alto (800 mila abitanti) è uno dei luoghi più invivibili del pianeta e basta passeggiare per qualche ora nel dedalo dei suoi immondi vicoli per condividere l'impietoso giudizio. Il freddo, d'inverno, è tremendo. La gente dorme nei sottoscala, in un viluppo di cenci schifosi, o dovunque vi sia un buco, al riparo dall'aria gelida. Molti, con quei pochi soldi che hanno, si ubriacano; altri sniffano allucinogeni come il tinner (usato per preparare la cocaina) o la clefa che stordisce e annienta allo stesso modo dopo pochi minuti di euforia. Non sorprende che il tasso della piccola criminalità sia molto alto. È una realtà che Abel Mamani, dirigente di una federazione locale cui molti pronosticano un ruolo di ministro nel nuovo governo di Evo Morales, ha sotto gli occhi tutti i giorni: la messa al bando della «Aguas del Illimani» si deve anche alla sua instancabile attività di organizzatore di scioperi e proteste. L' ultimo dei quali, nel gennaio del 2005, ha paralizzato El Alto e l'intero altipiano dando l'avvio alla seconda guerra dell'acqua. Nel suo bureau, accanto alla scrivania c'è un busto di marmo del Che e lungo la parete scorre la famosa massima di Jose Martì che dice: «I diritti non si mendicano, si conquistano». Anzi, il verbo che usa è «se arrancan» che credo vada letteralmente tradotto con «si afferrano», un'espressione più aggressiva. Guardando la mappa della Bolivia, si resta sorpresi nel constatare che il Paese è per così dire irrigato da una grande quantità di fiumi, dal rio Beni al rio Grande, dal Madre de Dios al Mamoré, al rio Negro e via navigando: viene quindi spontaneo chiedersi da cosa dipenda l'aridità del suolo, visto che tanta acqua gli scorre sopra. La risposta degli esperti è che i fiumi sfogano la loro vitalità nelle foreste settentrionali e che la perdano scendendo al Sud, dove arrivano stremati e rinsecchiti, spesso ridotti a rigagnoli quasi invisibili. Cochabamba è divisa in due dal rio Rocha, che mi è parso poco più di una roggia per lavarci i panni, come infatti avviene. L'ho guardato con malinconia e quasi con un senso di pietà ripensando all'ampiezza e all'irruenza del Nilo e del Mekong, del Gange e dello Yangtze: dove pure l'abbondanza dell' acqua scatena le guerre.

 

Ettore Mo

 

Corriere della Sera di domenica 15 gennaio 2006

 

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