SALUTE A RISCHIO BANCAROTTA

 

I resoconti degli organi di informazione veneti, purtroppo,  non lasciano spazio a dubbi.

La sensazione di trovarsi di fronte ad una classe dirigente improvvisata, raccogliticcia, priva di valori e idee di riferimento, inconsapevole del ruolo dirigente assegnatogli dagli elettori attraverso il voto, si è ormai da tempo tramutata in certezza.

Di questo passo, un’organizzazione sociosanitaria fondamentale punto di riferimento in Italia, invidiataci da tutto il mondo, che trasforma il diritto alla tutela della salute da un enunciato della nostra Costituzione, l’articolo 32, in un fatto concreto e tangibile per la popolazione veneta, va allegramente a farsi friggere senza nemmeno sapere il perché.

Certo, in questa impresa i nostri governanti regionali hanno avuto ottima collaborazione dalla legislazione e dai loro pari nazionali che in quanto a creare o aumentare, se pur c’era bisogno, la confusione non si sono sicuramente tirati indietro, ma questo dato di fatto non può essere eretto a scusante.

Ne fa fede il percorso privo di qualsiasi logica e visione strategica sul quale ormai da molto tempo - sono ormai ben otto anni e mezzo che il centrodestra governa il Veneto - è incamminato il governo (si fa per dire) della sanità regionale.

Cerchiamo di ricordarne i punti fondamentali:

·        La riorganizzazione ospedaliera già delineata è stata ed è a tutt’oggi oggetto di farse e giochi della torre tragicomici alimentati da amici e da amici degli amici e, quindi, priva delle elementari caratteristiche di equità e ragionevolezza fondamentali per evitare che le “legittime” proteste diventino “giuste” proteste. Un esempio emblematico, tra gli altri, è rappresentato dalla vicenda relativa all’Ospedale di Malcesine in provincia di Verona nella quale il ruolo delle amicizie è arrivato alla sublimazione. La struttura infatti nel 1999 è stata dichiarata oggetto di “sperimentazione gestionale regionale”. Nessuno sapeva o riusciva a spiegare il significato di questa frasetta. Curiosando si venne a sapere che l’ospedale doveva essere rilevato, naturalmente previo bando di concorso, da un privato, amico degli amici, il quale avrebbe istituito una non meglio identificata attività di riabilitazione. Perfino la locale amministrazione comunale, dimostrando una dabbenaggine degna di miglior causa, sosteneva il nebuloso progetto. Nel 2002 colpo di scena! La Giunta regionale decide che l’ospedale non serve più e deve essere chiuso. Naturalmente nessuna spiegazione viene fornita sulle motivazioni di un così repentino cambiamento e naturalmente cominciano le proteste anche di coloro che erano favorevoli alla “sperimentazione gestionale” del privato, che nel frattempo ha trovato onorevole sistemazione (sempre con l’affettuoso contributo degli amici) nei pressi di Verona. Nel frattempo per arginare le proteste un sottosegretario di stato inventa una nuova soluzione: la Regione vende l’ospedale all’Inail. Applausi, ma nessuno ha la minima idea di cosa questo Istituto dovrebbe farne. Le fervide menti dirigenti, a smentita di chi pensa sia facile capire chi sono i matti e chi no, partoriscono allora un altro luminoso progetto: la Regione vende l’ospedale all’Inail che lo affitta alla Regione ancora una volta per un non meglio precisato progetto di riabilitazione. Nel breve arco di due anni, quindi, la Regione ha modificato totalmente i propri orientamenti e ciò non è accaduto solo per Malcesine.

·        Nonostante l’esperienza fornisca indicazioni diverse, si sta dando corso ad  iniziative destinate a frammentare il quadro di riferimento organizzativo del sistema sociosanitario veneto. L’esempio, tra gli altri, è in questo caso rappresentato dal costituendo Iov (Istituto Oncologico Veneto). La sua istituzione rimane un mistero per le finalità, per l’organizzazione e per il rapporto che dovrebbe avere con il Servizio Sanitario Regionale. Rappresenta un acrobatico salto nel buio e un’ulteriore prova dei pasticci che possono creare i cosiddetti tecnici in assenza di una qualsiasi idea di politica sanitaria.

·        E’ incomprensibile il rapporto esistente tra la Regione e le aziende sanitarie che da essa dipendono. Un esempio, tra gli altri, è fornito dalla diatriba odierna sul deficit delle otto aziende sanitarie che si pensa di ridurre attraverso la nomina di alcuni consulenti, peraltro profumatamente pagati, i quali dovrebbero “contrattare” con le Direzioni generali delle Aziende i “piani industriali” (ma cosa sono?) di rientro dal deficit sull’ordine di irrealistici e ridicoli 10-15 % del bilancio annuale, proponendo per risparmiare tagli e chiusure di servizi e riduzioni di personale assumendo ruoli e competenze proprie degli amministratori regionali.

·        La scorsa legislatura regionale, sull’onda di una malintesa idea di autonomia, è stata dedicata ad un’opera ragionata (l’unica) scellerata di smantellamento di tutte le funzioni amministrative di controllo. Sono stati demoliti i Comitati regionali di controllo e le funzioni di controllo della Giunta regionale sugli atti degli enti dipendenti e collegati ottenendo due effetti negativi. Il primo, il cittadino per opporsi ad una delibera può solo rivolgersi al Tar o - in determinati casi - alla Corte dei Conti, organismi giudiziari, ai quali si può adire attraverso i buoni uffici (e la parcella) di un avvocato. Il secondo, l’impossibilità di verificare anticipatamente l’omogeneità e il rispetto delle norme e della buona amministrazione. Con gli applausi della quasi totalità del Consiglio regionale, si è demolito il principio fondamentale che sovrintende alla cosa pubblica (totalmente diverso dall’ambito privato) e cioè l’assoluta disponibilità da parte degli enti e degli amministratori pubblici all’ispezione e al controllo. A tale proposito, in questi giorni si sono versate lacrime di coccodrillo sulla contrarietà regionale a forme di appalto, i cosiddetti “service”,   che si stanno dimostrando pozzi senza fondo dal punto di vista finanziario a fronte di una sconsolante mediocrità qualitativa dei servizi offerti.

·        La maggioranza di centro destra ha opinioni piuttosto variegate sui principi e sull’assetto del sistema. C’è che vorrebbe istituire Ulss a dimensione provinciale, altri sarebbero favorevoli a ulteriori scorpori di ospedali, altri ancora ad un rafforzamento della sanità privata, poca o nessuna attenzione viene riservata al territorio. I motivi sono tuttavia attinenti principalmente alla sfera economica. C’è chi sostiene la necessità di risparmiare e chi esalta ancora il mercato e la concorrenza e ne chiede l’introduzione in sanità. E’ stato sopra accennato che l’esperienza ha dimostrato, nel Veneto ma non solo, l’assoluta inconsistenza dell’assunto, prova ne sia che nella nostra Regione, attraverso provvedimenti amministrativi di costituzioni di dipartimenti misti Aziende Ospedaliere-Ulss si sta operando per il superamento della separazione tra ospedale e territorio nelle realtà di Padova e Verona.

·        L’autonomia e il federalismo praticati, privi cioè del presupposto solidale che ne sta alla base, stanno producendo danni incalcolabili a tutto il Servizio Sanitario Nazionale, rendendo totalmente inaffidabili stime di fabbisogno finanziario e gli accordi appositamente stipulati (vedi accordo 5 agosto 2001), producendo una legislazione incoerente e disorganica (vedi ticket regionali, ecc.) e dimenticando una strategia degli investimenti, vero caposaldo di una qualunque autorevole politica sanitaria pubblica. La questione deve essere ben seria se perfino 42 sigle sindacali dei medici (compresa la Cimo, che è tutto dire) e dei laureati dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale una settimana fa hanno sottoscritto e pubblicato un documento (che non è tutto da prendere per oro colato) in cui si denuncia che lo stesso Servizio è abbandonato da tutti. Qui il Veneto, da sempre coordinatore delle Regioni e ispiratore delle innovazioni legislative nazionali, mostra tutta la propria attuale debolezza culturale e politica.

·        Infine, alcune questioni di fondamentale importanza strategica, su cui la Giunta regionale produce tonnellate di documenti contraddittori, paradossali e carenti se non privi di conseguenti azioni di governo, quali l’integrazione tra il settore sociosanitario e quello sociale, il rapporto tra Regione e Università, ed altre in cui sarebbe altrettanto fondamentale l’iniziativa veneta in campo nazionale quali il riordino delle professioni e dei relativi formazione ed aggiornamento professionali (si prenda ad esempio il problema della parte squisitamente assistenziale) e, reperita iuvant, in un piano nazionale pluriennale degli investimenti strutturali, tecnologici e formativi.  

    

A queste riflessioni ci sarebbe da aggiungerne un’altra, forse la più importante riguardante l’esigenza di rendere organica e coerente la legislazione prodotta negli ultimi anni in tema di ruoli e competenze di Stato, Regioni ed Enti locali. Ma, osservando la situazione politica, si corre il rischio di alimentare nei cittadini illusioni e ottimismi fuori tempo e fuori luogo.

 

                                                                               Roberto Buttura